Il virus ha meno carica infettante? Ecco perché non ci sono ancora evidenze scientifiche.

Fondazione Gimbe: «Affermazioni sostenute da studi preliminari o esperienze individuali alimentano un senso di falsa sicurezza che facilita comportamenti irresponsabili» di Barbara Gobbi

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Il coronavirus è mutato? È meno contagioso, per essersi affievolito dilagando a macchia d’olio per il mondo? Morirà con la calda estate? Su questi interrogativi fioccano da settimane le ipotesi più contrastanti, firmate da autorevolissimi scienziati e in aumento con il passaggio prima alla Fase 2 e ora alla Fase 3 di gestione del Covid-19, confortate dalla curva discendente dell’epidemia. Ma per quanto “allettanti” siano le ipotesi che depongono per una battaglia ormai quasi vinta, di certezze scientifiche a oggi ce ne sono ancora pochissime.

Ipotesi contrastanti e disorientamento
A lanciare il monito contro un dibattito pubblico tra esperti fautori di ipotesi contrastanti – e foriero di disorientamento tra la popolazione che può sentirsi in parte autorizzata ad abbassare la guardia – è la Fondazione Gimbe. Che ha messo in fila quella che definisce una sintesi per il grande pubblico delle “ragionevoli (in)certezze della scienza”.
«In questa fase dell’epidemia – afferma il presidente Gimbe Nino Cartabellotta – ricercatori, medici e scienziati che comunicano al grande pubblico hanno enormi responsabilità: ora che il pericolo non è più tangibile, il rischio di disorientare i cittadini è molto alto. Affermazioni sostenute da studi preliminari o esperienze individuali alimentano un senso di falsa sicurezza che facilita comportamenti irresponsabili».

Ricerca frammentata
Va ricordato – spiegano ancora dalla fondazione – che la ricerca su Covid-19 è molto frammentata ed eterogenea: gli studi sono stati condotti in una situazione di emergenza; la disponibilità in poco tempo di moltissimi dati su scala mondiale ha fatto lievitare vertiginosamente il numero delle pubblicazioni. La grande attenzione delle riviste scientifiche per il tema ha allentato il rigore dei criteri di valutazione, come dimostrano anche clamorose ritrattazioni su riviste di prestigio come The Lancet, New England Journal of Medicine e Annals of Internal Medicine. «Questo scenario – avvisa Cartabellotta – ostacola la produzione di revisioni sistematiche, sintesi affidabili per informare pratica clinica e politiche sanitarie. Ogni singolo studio, per quanto ineccepibile, rimane solo una tessera nel puzzle delle conoscenze mentre dichiarazioni basate solo sulla propria esperienza clinica rischiano di generare pericolose fake news».

Le mutazioni del virus
Tutte da dimostrare le mutazioni del virus. Le sequenze genetiche depositate nelle banche dati internazionali – affermano dalla Fondazione – non dimostrano mutazioni del Sars-CoV-2 associate a diminuzioni di infettività, virulenza o altre caratteristiche epidemiologiche rilevanti per la sanità pubblica. Ovvero, allo stato attuale delle conoscenze il virus non è «meno aggressivo». Così come «non esistono robuste evidenze scientifiche sulla sua sensibilità alle elevate temperature ma, come per tutti i virus a trasmissione respiratoria, è realistico presumere una sua ridotta circolazione nella stagione estiva, in ragione del maggior tempo trascorso all’aperto dalle persone oltre che della più rapida evaporazione delle droplets».

Infine, i tanti studi preliminari condotti in laboratorio su ridotte contagiosità e carica virale e adattamento all’ospite, «non permettono di trarre conclusioni definitive su queste avvincenti ipotesi». In generale – è la tesi – si tratta di studi che, prima di essere ampiamente replicati e validati, dovrebbero essere condivisi solo tra ricercatori, evitando di incendiare il dibattito pubblico.

Le certezze di oggi
Il distanziamento insieme alla misure di igiene personale rimane l’unica strategia di provata efficacia per ridurre la probabilità di contagio da coronavirus. Mentre le evidenze suggeriscono l’uso delle mascherine sia nei luoghi pubblici al chiuso sia all’aperto, in tutti i casi in cui non è possibile mantenere le distanze. Quanto al vaccino – precisano da Gimbe – non sarà disponibile prima della stagione influenzale 2020-2021 mentre sul fronte delle terapie sembrano oggi “promettenti” solo il dexametazone e il remdesivir. Il primo farmaco, sotto esame con lo studio Recovery non ancora pubblicato in esteso, sarebbe efficace nel ridurre la mortalità in pazienti sotto ventilazione e in misura minore in quelli che richiedono solo ossigeno. Mentre il remdesivir, approvato dalla Fda americana e sotto esame dell’Agenzia europea per i medicinali Ema, nei pazienti gravi riduce i tempi di guarigione.

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