Sgarbi, risse e giustizia malata.

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Unknown

Se io contassi qualcosa in politica – non mi illudo: non arriverà mai quel giorno – mi batterei per il varo di una legge che dovrebbe “moralizzare” un po’, per quanto possibile, gli ambienti parlamentari. Tale legge dovrebbe proibire, pena la decadenza dal mandato, il cosiddetto “cambio di casacca” nel corso della Legislatura. E, ancora, dovrebbe prevedere l’arresto, seduta stante, di un parlamentare che usasse un linguaggio sconveniente, triviale, offensivo nei confronti di colleghi, per lo più appartenenti ad un partito o movimento o schieramento opposto al suo. Le risse, nelle austere aule parlamentari, sono quasi all’ordine del giorno e non si limitano soltanto a ingiurie oppure a offese, epiteti, cioè, non sono soltanto verbali, ma, non infrequentemente, degenerano, incitando all’azione e, quindi, allo scontro fisico diretto.

I lettori lo hanno già capito, mi riferisco – chi segue i tg o legge i quotidiani lo ha intuito – al degradante episodio verificatosi a Montecitorio, qualche giorno fa, che ha visto protagonista l’impertinente, se pur bravo e soprattutto colto, Vittorio Sgarbi. Dal resoconto stilato sulla pagina di un giornale a diffusione nazionale ho rilevato che l’illustre critico d’arte ha accusato pesantemente i giudici, riferendosi alle recenti, ben note e sorprendenti intercettazioni telefoniche, dalle quali è nato il clamoroso “Caso Palamara”. Gliene ha dato l’occasione per alzare, poi, i toni del discorso, sempre alla maniera sua, la parlamentare-giudice, Giusy Bartolozzi, che, a difesa della categoria professionale di appartenenza, ha confutato le affermazioni pesanti al vetriolo di Sgarbi. Poi, si sa, tutto quello che ne è seguito, è comprensibile, anche se non giustificabile, se si tiene presente il carattere di Sgarbi. Le sue “parolacce” le hanno censurate e, in effetti, disonorano l’aula in cui sono state lanciate.

Ma è anche vero, purtroppo, che la Giustizia sta scrivendo non poche pagine nere della sua storia; e i cittadini si aspetterebbero provvedimenti più radicali e immediati di fronte a certi scatti. Non si dimentichi – e chiudo – che molti professionisti, soprattutto medici, vengono, spesso, accusati di colpe che non hanno commesso, tenuti sulla cosiddetta “graticola” per anni – fino a 5 – per poi essere assolti perché “il fatto non costituisce reato” o, addirittura, “non sussiste”. Quando, ormai, il danno biologico, d’immagine economico è stato compiuto. E chi scrive questo, purtroppo, ne sa qualcosa.

Ripropongo la solita domanda, destinata a rimanere senza risposta: l’ingegnere, il commercialista, il medico che sbaglia, paga (e caramente) il suo errore, andando anche in carcere: un giudice, un pubblico ministero che sbaglia è andato mai in carcere? Non credo. Anzi, a volte, viene anche promosso in seguito con un altro incarico più prestigioso e redditizio. Perché, ancora, questo privilegio? La legge non dovrebbe essere uguale per tutti?

Salvatore Sisinni.

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