Cesare Mirabelli: “Conte si prende poteri che la Costituzione non gli dà.”

L'ex presidente della Consulta: gli strumenti più adatti per un periodo di emergenza sono i decreti legge, non i dpcm.

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Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, già vicepresidente del Csm, analizza le criticità dell’eventuale prolungamento dello stato di emergenza fino alla fine dell’anno che il governo sta valutando proprio in questi giorni.

Professore, premesso che al momento ragioniamo in astratto, la tutela del diritto alla salute e il timore di una seconda ondata di coronavirus giustificherebbero un’ulteriore compressione di sei mesi di libertà fondamentali quali lavoro, circolazione, iniziativa economica privata?

Il rischio sanitario richiede una valutazione tecnica e non giuridica. Il nostro sistema costituzionale, a differenza di altri, non prevede la sospensione dei diritti fondamentali né l’attribuzione al governo di poteri straordinari che limitino quelli del Parlamento. Salvo lo stato di guerra, in cui sono le Camere a conferire all’esecutivo i pieni poteri. Tuttavia, una situazione straordinaria può essere affrontata con limitazioni – e non esclusioni – di alcuni diritti fondamentali per bilanciarli con altri. Ad esempio, durante la pandemia, il diritto alla salute rispetto al diritto di circolazione.

Significa che il governo ha diritto di fare questa valutazione e di concludere per il prolungamento dell’emergenza?

I problemi sorgono dall’uso di uno strumento non del tutto appropriato come il Dpcm, che è un provvedimento governativo di natura amministrativa. E a differenza del decreto legge non è sottoposto al Parlamento in sede di conversione né al presidente della Repubblica in sede di promulgazione. Insomma, è davvero un atto governativo che offre poche garanzie. Il governo ha cercato di superare questa criticità nei Dpcm più recenti chiedendo un parere preventivo alle commissioni parlamentari. Ma così non si risolve nulla perché non si modifica la natura della fonte. E il Parlamento non è organo di consulenza dell’esecutivo”.

In sostanza, manca alla radice un atto di natura legislativa?

Va salvaguardata la duplice garanzia di una deliberazione parlamentare e di una fonte legislativa. Faccio un esempio: l’articolo 16 della Carta garantisce la libertà di circolazione “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità”.

Allora, su una scelta così di fondo sarebbe opportuno un confronto in Parlamento?

Indubbiamente. Il Parlamento ha potere di indirizzo, può presentare mozioni e ordini del giorno che impegnano il governo. Da un lato, qui c’è un governo che espande di fatto l’esercizio dei propri poteri. Dall’altro c’è un Parlamento che arretra nell’esercizio dei suoi. La responsabilità è di entrambi”.

Lo stato di emergenza è un “mantello” necessario per far fronte a uno scenario estremamente mutevole o incarna una scorciatoia per procedere a colpi di Dpcm?

Lo strumento appropriato c’è ed è un altro: il decreto legge, che può essere adottato dal governo proprio in casi di necessità e urgenza. Comprendo l’obiezione di far fronte a una situazione che muta rapidamente e in modo diverso sul territorio, purché non diventi lo stile ordinario di azione del governo e non finisca per modificare i rapporti tra esecutivo e Parlamento così come disegnati dalla Carta”.

Per superare queste criticità non si potrebbero far confluire tutte le misure concrete già varate – distanziamento sociale, obbligo di mascherine, etc – appunto in un decreto legge?

Si potrebbe varare una sorta di “legge quadro sull’emergenza sanitaria” che ricomprenda, oltre a tutte le misure, anche i rapporti tra Stato e Regioni in quell’ambito. Senza modificare la Costituzione si potrebbero fissare in modo organico anche i principi fondamentali della legislazione statale che le Regioni devono rispettare: stabilendo chi deve intervenire su che cosa. Questo eviterebbe il ripetersi di incertezze e sovrapposizioni che si sono verificate nei mesi scorsi e offrirebbe un’immagine istituzionale complessiva migliore.

Prolungando l’emergenza di altri sei mesi, non rischiamo di adagiarci nello stare a casa, in smart working, con la didattica a distanza senza risolvere in concreto nessun problema? Non vede il pericolo di un gigantesco alibi collettivo?

Il rischio di assuefazione alla limitazione delle libertà esiste. Certo, non si possono ignorare le difficoltà ma esigenze urgenti che richiedono un intervento incisivo e immediato potranno essere affrontate, appunto, con il decreto legge. Anzi, sulla base dell’esperienza maturata in questi mesi sarebbe già possibile individuarne i contorni.

Un’ordinanza ha stabilito la black listi di 13 Paesi, i cui cittadini non possono entrare in Italia. Ma sarebbe costituzionalmente possibile impedire a lungo, per esempio, a una badante moldava o a un fioraio bengalese di tornare dove ha casa, lavoro, famiglia?

Nel caso di persone che legittimamente abbiano nel nostro Paese lavoro, residenza, permesso di soggiorno, qualche problema può porsi. Nel caso di pandemia sono possibili esclusioni e limitazioni al diritto d’ingresso ma devono rispondere ai criteri di proporzionalità, ragionevolezza e temporaneità.

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