Ecco perché lo stato di emergenza non è il vero problema politico!

Democrazia o dittatura?

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Il governo vara la proroga di due importanti provvedimenti relativi all’epidemia e occorre fare chiarezza. Il primo diviene ufficiale con le comunicazioni in parlamento del ministro della Salute Roberto Speranza ed è relativo al prolungamento delle cautele sanitarie, dal 14 al 31 luglio. Il secondo riguarda invece lo “stato di emergenza”, deliberato dal governo il 31 gennaio e in scadenza a fine mese. In questo caso l’esecutivo deve ancora decidere sulla data, ma non avrà bisogno di ricevere l’approvazione parlamentare. Separando le due questioni, emerge un nodo fondamentale. Ce lo ha spiegato un costituzionalista: sulla condotta di Palazzo Chigi persistono diversi dubbi. Futuri governi potrebbero prendere legittimamente esempio in caso di nuove e diverse emergenze, con conseguenze imprevedibili.

La preoccupazione di chi teme nuove restrizioni e lockdown, come conseguenza di una proroga dello stato di emergenza, non sembra giustificata. Almeno formalmente. Il provvedimento è infatti stato deliberato dal Consiglio dei ministri il 31 gennaio 2020 e si limita ad assegnare risorse e poteri speciali alla Protezione civile. Una procedura introdotta all’inizio del 2018, durante la precedente legislatura, dal nuovo Codice relativo.

La vera base legale del lockdown.
“La norma con la quale il governo ha giustificato l’operato di questi mesi non si trova nella Costituzione, bensì nel Codice della Protezione civile”, spiega Luca Mezzetti, professore ordinario di diritto costituzionale all’Alma Mater Studiorum e direttore della Scuola superiore di studi giuridici dell’ateneo bolognese. “La disposizione sembra pensata più per eventi calamitosi come terremoti e altre catastrofi naturali“, continua il professore.

Tuttavia, non è esatto dire che su questo “stato di emergenza” si basa l’azione generale del governo e i drastici provvedimenti di quest’ultimo periodo. “In questi mesi sono stati compressi dei diritti fondamentali: libertà di movimento, di riunione, di associazione, religiosa. Ed è stato fatto sulla base di atti amministrativi, completamente al di fuori del controllo parlamentare e costituzionale”. Questi atti, a loro volta, sono stati emanati sulla base di un primo decreto, quello del 23 febbraio, successivamente convertito dal Parlamento. Quest’ultimo è stato politicamente legato alla delibera sullo stato di emergenza, ma ufficialmente nel decreto non si trova alcun riferimento a quella delibera. Il ‘Resto a casa’ di marzo dunque, non dipendeva dallo stato di emergenza stabilito il 31 gennaio, ma era il proseguimento di ciò che era stato deciso il 23 febbraio con decreto. Il successivo decreto di marzo invece, migliorava e specificava meglio i poteri già introdotti a febbraio: “In quel momento si è intervenuti per rimediare agli errori compiuti il mese prima”, dice il prof Mezzetti.

Un’emergenza incontrollabile.
Chi teme un nuovo lockdown non dovrebbe quindi preoccuparsi che il governo proroghi o no l’attuale stato di emergenza e con esso i poteri al commissario Domenico Arcuri. La chiusura delle scuole, degli esercizi commerciali, dei luoghi dell’arte e dello spettacolo, le multe e il rigido divieto di passeggiate solitarie potranno sempre tornare. Con un semplice voto del Consiglio dei ministri. “È bastato un primo decreto (quello di fine febbraio) con il quale il governo si è attribuito la capacità di emanare tutte quelle norme contenute dei dpcm”, continua Mezzetti.

“Abbiamo varcato lo stato di diritto: quei dpcm non sono soggetti al controllo né del presidente Sergio Mattarella né della Corte costituzionale. Qual è il loro presupposto? Assolutamente indeterminato. Il decreto che li legittima infatti apre ad ogni possibilità. E tutti sanno che il diritto amministrativo deve sempre avere una base legale, altrimenti è arbitrio”.

Del resto, la norma varata dal governo, che ha aperto alla lunga produzione di dpcm e ordinanze regionali, lascia davvero spazio a ogni possibilità: l’autorità competente può emanare “ogni misura proporzionata e adeguata a contenere la diffusione dell’epidemia“. Chi controlla però questa proporzione? E sulla base di quali criteri? Difficile darsi una risposta.

La differenza tra decreto legge e dpcm.
Qual è la differenza tra un decreto-legge e un dpcm? Il primo è un atto con forza di legge che viene controllato dal Presidente della Repubblica e poi definitivamente convertito in legge entro 60 giorni dal Parlamento. In mancanza della conversione questo decade e non ha più effetti. I dpcm invece sono ‘atti amministrativi’, monocratici (e non collegiali come i decreti del governo), non passano dal controllo del Capo dello Stato e non necessitano di approvazione Parlamentare.

I pericoli per il futuro.
“Il rischio del ripetersi di questo approccio – libero e slegato da un controllo politico e legale tempestivo – si sta già concretizzando con l’annunciata proroga dello stato di emergenza”, avverte Mezzetti. “Sulla base di quali elementi adesso viene rinnovata l’emergenza? Quali sono i presupposti? Futuri governi potranno fare lo stesso o peggio, agendo rapidamente e senza dover dare particolari giustificazioni”. I danni poi non sono facilmente sanabili. “Anche rimettendo alla Corte costituzionale il decreto che attribuisce i poteri straordinari, si dovrebbero attendere tempi lunghissimi per un eventuale annullamento. Il governo dovrebbe presentarsi alle Camere e lì ottenere l’approvazione di uno stato di emergenza. Lo stesso vale per la proroga”. Si è scelto, invece, di passare per una semplice comunicazione al Parlamento.

Dalla guerra all’emergenza.
“Il Paese europeo che ha adottato uno schema normativo simile è stata la Russia. Altrove non si sono impiegati atti amministrativi per comprimere i diritti fondamentali dei cittadini”, segnala il professore. Questo perché l’Italia, a differenza di altri Paesi che contemplano diverse gradazioni tra ‘stato di emergenza’, ‘allerta’, ‘guerra’ e ‘assedio’, si trova di fatto “impreparata“. La Costituzione prevede, infatti, solo uno ‘stato di guerra’. Quest’ultimo è costituito da tre momenti fondamentali: viene prima deliberato dal Parlamento, che poi conferisce, con una specifica legge, i poteri al governo. Infine viene ratificato da Presidente della Repubblica, che dichiara formalmente lo stato di guerra. “Sono dei precisi passaggi ed era auspicabile che fossero estesi e applicati anche alla particolare situazione attuale. Adesso potrebbe essersi formato un precedente costituzionale, una nuova prassi. I prossimi governi potrebbero approfittarne in maniera imprevedibile“.

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