L’allarme della ministra Lamorgese: “Troppa povertà. L’Italia rischia un autunno caldo!”

«Molti cittadini faticano per le necessità quotidiane.»

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Al Viminale c’è chi è rimasto sorpreso nell’ascoltare le dichiarazioni di Luciana Lamorgese. La ministra dell’Interno, solitamente molto attenta a misurare le parole, è andata in tv a rilanciare l’allarme sul «rischio concreto» di vivere un autunno caldo dal punto di vista sociale e dell’ordine pubblico. Una previsione già presente in una circolare inviata ai prefetti lo scorso 10 aprile, in pieno lockdown, nella quale Lamorgese scriveva: «Alle difficoltà di imprese e lavoratori potrebbero accompagnarsi gravi tensioni, con il manifestarsi di focolai di espressione estremistica». E proseguiva con un appello ai prefetti a sviluppare nei singoli territori «un’ampia attività di intelligence, un’analisi dei contesti criminali, una mediazione dei conflitti e un confronto con gli enti istituzionali per individuare misure per prevenire la crisi».

Esattamente tre mesi dopo il quadro è evidentemente peggiorato e i focolai estremisti fanno paura tanto quanto – se non più – quelli di coronavirus. Il problema non è, quindi, se ci saranno tensioni, ma quando esploderanno e con quale potenza. «A settembre e ottobre purtroppo vedremo gli esiti di questo periodo di grave crisi economica che ha colpito le aziende – ha spiegato la titolare del Viminale – ci sono cittadini che non hanno la disponibilità neanche di provvedere ai propri bisogni quotidiani». Un messaggio in questo caso più politico, è la lettura che filtra dagli uffici del ministero, un avvertimento al premier Conte e ai colleghi del governo, che pure «ha posto in essere tutte le iniziative necessarie, cercando di andare incontro a queste esigenze».

Ma dal momento che lo stop ai licenziamenti, per dirla con il ministro dell’Economia Gualtieri, «non può essere all’infinito», che molte imprese non reggeranno l’urto della crisi e che anche la cassa integrazione dovrà avere un limite, è logico aspettarsi che i disagi sfocino in disordini. Peraltro Lamorgese ha messo le mani avanti notando già oggi «un atteggiamento di violenza nei confronti delle nostre forze di polizia, assolutamente da condannare». Alla base di questa allerta non ci sono report recenti dei servizi o segnalazioni specifiche, assicurano dal Viminale, né particolari attività di sorveglianza in corso nei confronti di gruppi antagonisti o anarchici.

Di certo si guarda con maggior preoccupazione all’eventuale moltiplicazione di proteste “selvagge”, come quelle avvenute a fine marzo a Palermo, con un caotico assalto ai supermercati, o a Bari, dove una coppia disperata aveva preso a calci la porta di ingresso della propria banca. In generale andranno monitorate le iniziative dal basso, alimentate via social e slegate dalla politica o dalle organizzazioni sindacali. Quindi più difficili da “leggere” e da gestire sul piano dell’ordine pubblico. Si ragiona sui possibili catalizzatori del malessere sociale, più o meno credibili, a cominciare dai gilet arancioni del generale Pappalardo, già scesi in piazza poco più di un mese fa a Milano e a Roma. —

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