Quei milioni di euro italiani spariti nel nulla in Africa.

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C’è una regione a cavallo tra il nord Africa ed il cuore del Sahara su cui da anni vengono avanzate da più parti diverse rivendicazioni politiche. L’elemento desertico in questa regione è molto presente ed è rievocato già nel nome: con il termine Sahrawi viene infatti identificata la popolazione che vive in una zona a sud del Marocco che, prima degli anni delle decolonizzazioni, era in mano alla Spagna. Oggi questa regione è anche chiamata con il nome di Sahara occidentale e il suo status a livello internazionale è incerto al pari di come incerti sono i suoi confini desertici. Abitata da tribù berbere, dal 1973 è operativo in questo territorio il Fronte del Polisario, il quale ha sempre chiesto l’indipendenza nei confronti del Marocco che invece rivendica la propria sovranità ed ha stanziato proprie truppe nella zona. Tra gli anni Settanta e Ottanta è nato un conflitto tra le parti, parzialmente fermato con il cessate il fuoco del 1991. Ogni guerra produce i suoi profughi ed anche in questo caso non ci sono state eccezioni: molti abitanti del Sahara Occidentale hanno trovato rifugio nella vicina Algeria, soprattutto nella provincia di Tindouf. Ed è proprio qui che da decenni sono attivi diversi campi profughi.

Quei fondi donati dall’Italia ai campi profughi in Algeria
Sotto il profilo del diritto internazionale, la soluzione della vicenda dei Sahrawi è tutt’altro che risolta. I leader del Fronte del Polisario, i quali rivendicano il dominio sui territori in questione a nome della cosiddetta Repubblica democratica araba dei Sahrawi, non gode di ampio riconoscimento internazionale. Esso fa sì parte dell’Unione africana, ma nessun Paese europeo ed occidentale intrattiene rapporti con queste autorità, le quali in gran parte sono stanziate fuori dai confini rivendicati. Anche perché sul Polisario pendono alcune accuse, come ad esempio quelle relative agli ambigui rapporti con il terrorismo di matrice islamista. A Tindouf ad esempio è nato e cresciuto Adnan Abu Walid al-Sahrawi, considerato vicino al Polisario e tristemente noto per essere tra i fondatori del gruppo dello Stato Islamico del Grande Sahara, affiliati all’Isis. Su di lui pende una taglia da parte degli Usa per la strage di soldati americani avvenuta a Tongo Tongo, località del Niger. Al tempo stesso però, la stessa comunità internazionale non riconosce al Marocco la piena sovranità sulla regione. Negli ultimi anni le Nazioni Unite hanno portato avanti un piano che mira a dare al Sahara occidentale la possibilità di avere un governo autonomo, con una gestione condivisa del territorio assieme al governo di Rabat in attesa di un possibile referendum sull’indipendenza. In uno degli ultimi incontri svolti sullo status della regione, tenutosi a Ginevra nel gennaio del 2019, è stata presa anche in considerazione l’idea marocchina di un riconoscimento del Sahara occidentale quale regione integrante del Marocco, in cambio però di una forte autonomia amministrativa da concedere alle future autorità locali. Al momento però le resistenze da parte del Fronte del Polisario non sembrano essere state superate, dunque anche l’ultimo progetto preso in esame a livello internazionale non ha subito una decisiva accelerazione.

Nel frattempo i profughi Sahrawi continuano ad abitare nei campi allestiti in Algeria. Ed è in questo scenario che potrebbe aprirsi un importante caso politico che riguarda il nostro Paese. In particolare, l’Italia risulta tra le nazioni più attive nel concedere risorse e fondi ai profughi provenienti dal Sahara occidentale. Lo scorso 5 febbraio un assegno da mezzo milione è stato staccato dal nostro Paese a favore del programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (noto anche con l’acronimo in inglese di Wfp) per alcuni progetti relativi ai campi presenti nella provincia di Tindouf. A darne notizia è stato il rappresentante del Wfp in Algeria, Imed Khanfir, il quale in quella data ha incontrato l’ambasciatore italiano in Algeria, Pasquale Ferrara: “L’Italia – si legge sul sito del Wfp in cui è stato annunciato il nuovo finanziamento – è un partner importante del Wfp Algeria, fornendo un totale di circa 2.5 milioni di dollari negli ultimi cinque anni”.

Molti soldi quindi, il cui obiettivo è quello di finanziare progetti volti a rifornire i campi profughi Sahrawi di razioni di cibo in modo costante e realizzare anche programmi di educazione e sostegno all’istruzione. I fondi italiani non vengono soltanto dal governo, ma da una serie di enti che negli anni hanno contribuito a raggiungere quella cifra di 2.5 milioni di dollari di cui hanno parlato i responsabili in Algeria del Wfp. Tra gli enti più generosi in tal senso, vi è ad esempio anche la Regione Emilia Romagna: lo scorso 13 luglio, la giunta presieduta dal presidente Stefano Bonaccini, ha approvato un bando da 1.200.000 euro da destinare a progetti di cooperazione internazionale con i Paesi in via di sviluppo. Di quella somma, una buona fetta è destinata all’Africa: in particolare, 950mila euro sono stati messi a disposizione per progetti riguardanti il continente nero, di questi 150mila sono previsti proprio per i “Campi Profughi Saharawi e Territori liberati”, come si legge nel testo della delibera. L’Emilia Romagna appare la regione più attiva nel finanziare attività per i campi della provincia di Tindouf, sul sito istituzione è ad esempio specificato che “il Sahara Occidentale è una delle aree prioritarie di cooperazione per la Regione Emilia-Romagna, che prevede dal 2005 annualmente una quota di fondi da destinare a iniziative in quelle aree”.

Il mistero sulla sorte dei fondi
Nobili iniziative dunque, che però poi devono fare i conti con la realtà: come spesso capita nell’ambito della cooperazione, molte somme si disperdono già in rivoli burocratici che deviano il percorso dei fondi e non li fanno affluire verso chi ne ha realmente bisogno. Ogni struttura che si occupa di gestire fondi o progetti ha bisogno a sua volta di soldi per essere mantenuta in vita, tra costi ordinari e spese di vario genere da affrontare. E questo già fa disperdere spesso molte somme nei vari rami dei bilanci. C’è poi l’incognita e l’imprevedibilità data dalla corruzione o da norme locali che assorbono una grande quantità di denaro. Ad esempio, come si legge nell’interrogazione presentata il 9 luglio scorso tra gli altri anche dall’eurodeputata leghista Gianna Gancia, il governo algerino ha imposto una tassa del 5% sui fondi destinati ai campi di Tindouf. Soldi quindi finiti direttamente nelle tasche del fisco algerino e non giunti ai profughi Sahrawi.

La domande sorge quindi spontanea: i 2.5 milioni erogati negli anni dall’Italia a favore della popolazione Sahrawi che fine hanno fatto? Anche perché ci sono altri motivi di preoccupazione, elencati sempre nell’interrogazione presentata al parlamento di Strasburgo dalla deputata Gianna Gancia: in più occasioni, le autorità di Algeri avrebbe rifiutato le richieste di censimento dei rifugiati presentate dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite uniti per i rifugiati e di conseguenza non si conosce con esattezza il numero delle persone presenti nei campi. Inoltre, nel 2015 l’Ufficio europeo per la lotta anti frode ha reso pubblica in una relazione come l’appropriazione indebita di aiuti umanitari concessi dall’Unione europea al fronte del Polisario: i fondi, si leggeva in quell’occasione, sono stati spesi in parte anche per acquisto di armamenti. Nell’interrogazione è stato chiesto alla commissione europea di verificare quindi il reale utilizzo fatto dei soldi erogati a favore dei campi profughi presenti a Tindouf. Ed è forte il sospetto che alimenta il mistero circa il vero uso fatto con la pioggia di soldi piovuta dall’Europa verso il Sahara Occidentale.

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